Bombe, piazze e menestrelli
Bombe immaginarie, casinisti organizzati e menestrelli del pensiero fossile. Eccolo il palinsesto d’accompagnamento alla giornata di protesta studentesca allestita a Roma. La Capitale ieri sera si è addormentata cullata dal silenzio di un ordigno che non poteva esplodere depositato nella metropolitana, ma è ancora circondata dal chiasso degli allarmisti e dalle giaculatorie degli osservatori solidali con liceali e universitari arrabbiati. Leggi Ho in mente quel ragazzo col bidone, come al G8. Che non accada più di Giuliano Zincone - Leggi Democratici o no, adesso bisogna dire agli sbirri: ci fidiamo di voi di Sdm - Leggi Gasparri o no, evocare gli anni Settanta serve soltanto a farsi male di Lanfranco Pace
22 AGO 20

Bombe immaginarie, casinisti organizzati e menestrelli del pensiero fossile. Eccolo il palinsesto d’accompagnamento alla giornata di protesta studentesca allestita a Roma. La Capitale si è addormentata cullata dal silenzio di un ordigno che non poteva esplodere depositato nella metropolitana, ma è ancora circondata dal chiasso degli allarmisti e dalle giaculatorie degli osservatori solidali con liceali e universitari arrabbiati. Dal lessico corrivo e giustificazionista di questi ultimi alla sprezzatura dei giovani mobilitati per la prova di piazza (“non chiediamo autorizzazioni ma non violeremo la zona rossa”), s’intuisce che la bolla ideologica sta trangugiando il diritto e le ragioni di una protesta altrimenti convenzionale nella sua piena legittimità.
Chi paragona gli studenti ai sans papier e li raffigura come un sottoproletariato urbano in pectore, vittima disarmata di un sistema che nega diritti e futuro, meriterebbe una seduta cinematografica centrata sulle peggiori istantanee dell’ultima manifestazione andata in scena la settimana scorsa a Roma intorno ai Palazzi delle istituzioni. E’ il cortometraggio in cui una Arancia meccanica medio borghese – molte belle griffe a decorare gli incappucciati con caschi e pale nelle mani –, peraltro largamente minorenne e minoritaria, si dedicava al gioco sempreverde della guerriglia. Una guerriglia con punte di demenza intestina, vezzeggiata dall’ottusa ricerca dell’infiltrato per conto dello stato che è sempre cattivo e parastragista, alimentata dai rimpianti dei settantasettini inconsolabili e incattivita dalle intemerate degli sbirri di complemento in abiti politici. Tutto si tiene e tutto si trattiene nel recinto dell’ovvietà più consunta. E tanto basterebbe a liquidare la faccenda.
Non fosse però che in questa contesa stracittadina è in gioco anche la capacità di riaffermare prerogative, funzioni e onorabilità del così detto ceto politico e istituzionale. Se si accetta, e lo si fa senza opporre argomenti persuasivi e condivisi, di farsi descrivere da numerosi giornali come autocrati impegnati a restringere spazi di libertà e libera espressione, se ci si divide in Parlamento in omaggio a demagogie opposte e speculari, si convalida l’idea bugiarda di un potere pubblico vigente al di sotto della legittimazione popolare. In questa narrazione di conio giottino, la difesa dell’intangibilità dei luoghi e dei simboli istituzionali viene fatta passare come la recinzione spinata d’una zona di privilegio da espugnare. Da questa logica nascono le “zone rosse”, le cariche per violarle, le controcariche per impedirlo. Ma è un palio lugubre e senza trofei, perché non riguarda più né il ministro Gelmini né il diritto di mettere sotto esame la sua riforma.
Chi paragona gli studenti ai sans papier e li raffigura come un sottoproletariato urbano in pectore, vittima disarmata di un sistema che nega diritti e futuro, meriterebbe una seduta cinematografica centrata sulle peggiori istantanee dell’ultima manifestazione andata in scena la settimana scorsa a Roma intorno ai Palazzi delle istituzioni. E’ il cortometraggio in cui una Arancia meccanica medio borghese – molte belle griffe a decorare gli incappucciati con caschi e pale nelle mani –, peraltro largamente minorenne e minoritaria, si dedicava al gioco sempreverde della guerriglia. Una guerriglia con punte di demenza intestina, vezzeggiata dall’ottusa ricerca dell’infiltrato per conto dello stato che è sempre cattivo e parastragista, alimentata dai rimpianti dei settantasettini inconsolabili e incattivita dalle intemerate degli sbirri di complemento in abiti politici. Tutto si tiene e tutto si trattiene nel recinto dell’ovvietà più consunta. E tanto basterebbe a liquidare la faccenda.
Non fosse però che in questa contesa stracittadina è in gioco anche la capacità di riaffermare prerogative, funzioni e onorabilità del così detto ceto politico e istituzionale. Se si accetta, e lo si fa senza opporre argomenti persuasivi e condivisi, di farsi descrivere da numerosi giornali come autocrati impegnati a restringere spazi di libertà e libera espressione, se ci si divide in Parlamento in omaggio a demagogie opposte e speculari, si convalida l’idea bugiarda di un potere pubblico vigente al di sotto della legittimazione popolare. In questa narrazione di conio giottino, la difesa dell’intangibilità dei luoghi e dei simboli istituzionali viene fatta passare come la recinzione spinata d’una zona di privilegio da espugnare. Da questa logica nascono le “zone rosse”, le cariche per violarle, le controcariche per impedirlo. Ma è un palio lugubre e senza trofei, perché non riguarda più né il ministro Gelmini né il diritto di mettere sotto esame la sua riforma.
Leggi Ho in mente quel ragazzo col bidone, come al G8. Che non accada più di Giuliano Zincone - Leggi Democratici o no, adesso bisogna dire agli sbirri: ci fidiamo di voi di Sdm - Leggi Gasparri o no, evocare gli anni Settanta serve soltanto a farsi male di Lanfranco Pace